In Italia è Padel-mania, ma gli esperti avvertono: “contro i traumi in aumento, più prevenzione e preparazione fisica”

“Epicondiliti, borsiti, tendiniti. Sono sempre di più i casi di persone che presentano questi tipi di problematiche a seguito di un approccio scorretto allo sport del momento”. A dirlo è Andrea Grasso, ortopedico e traumatologo che con Consulcesi Club si occupa di formazione ECM per medici e operatori sanitari su una molteplicità di patologie che riguardano muscoli e articolazioni.

Nato a partire dagli anni 70 in Messico, il padel (o paddle) sta oggi dilagando con sorprendente rapidità anche in Italia, raggiungendo numeri da capogiro. Basti pensare che nel 2019 i tesserati alla FIT erano poco meno di 6mila mentre nel 2021 la Federazione ne contava già oltre 55mila.

I proprietari di strutture sportive non hanno tardato a favorire e rispondere ai nuovi desideri degli italiani: gli ultimi dati riportati da Sanità Informazione parlano del +155% campi da padel in più solo nell’arco di un anno (2020-2021), che sono passati da 1.832 a 4.669, sparsi da nord a sud della penisola.

“Il suo successo penso risieda nel fatto che sia considerato molto più come un ‘gioco’ piuttosto che uno sport come può essere percepito invece il tennis, più impegnativo dal punto di vista fisico e mentale”, riflette il dottore.

Giocato in un campo più piccolo rispetto al suo progenitore, il peculiare sport di coppia attira persone di qualunque età ma con una maggiore prevalenza nella fascia 30-55 anni e, come racconta ancora il medico, “anche persone che non hanno mai fatto nulla di particolare, né una base di tennis né soprattutto una base di rinforzo muscolare, o esercizi volti a una corretta biomeccanica dei gesti”.

“Rispetto al tennis dove la maggior parte dei colpi avviene dal basso, sotto i 90 gradi, quindi sotto la spalla che così viene sfruttata relativamente, nel padel si va spesso con mano e braccia al di sopra dell’altezza della spalla, esponendo così tendini e legamenti di questa a sovraccarichi importanti”, spiega l’ortopedico.

Si va dalle infiammazioni dei tendini e della borsa subacromiale, al cosiddetto ‘gomito del tennista’ (epicondilite) fino ai traumi distorsivi di caviglia e ginocchia, causati dai cambi di direzione repentini e brevi che lo sport richiede nel ridotto campo sintetico.

“E devo dire – aggiunge Grasso – nella popolazione più adulta, quindi diciamo gli over 50, stiamo assistendo a parecchie rotture e lesioni del tendine di Achille, oltre a strappi e lesioni muscolari del polpaccio”.

Come conferma anche l’esperienza dell’ortopedico, negli ultimi anni i casi di epicondilite nel tennista si sono ridotti drasticamente, “anche grazie a un miglioramento degli strumenti come la racchetta, allo studio del problema e ai cambiamenti apportati alla preparazione degli sportivi”. Nel padel invece, rimane una delle patologie più diffuse, “anche a seguito dell’utilizzo di una racchetta senza corde e con una superficie ridotta”.

“In casi di dolori, soprattutto se legati a patologie da sovraccarico e ripetitività piuttosto che di origine traumatologica, i giocatori di padel spesso non vogliono fermarsi per fare, si fa per dire, 10 sedute di fisioterapia, scegliendo invece di ricorrere esclusivamente a infiltrazioni di cortisone o di acido ialuronico, terapie che hanno un effetto antinfiammatorio ma che non risolvono il problema nel lungo termine”, prosegue il dottore.

“Trattare il dolore è necessario, ma bisogna arrivare a capirne le cause e agire su queste per evitare che il problema si ripresenti”, conclude il dottore che proprio all’uso alle tecniche infiltrative della spalla dedica un corso ECM aperto a tutti i professionisti della salute.

“Inoltre, sebbene non sia contro l’utilizzo di infiltrazioni e anzi per ginocchia e caviglie ne faccio spesso ricorso, nel caso specifico delle epicondiliti, cosi come per le artrosi, personalmente ritengo più adatte quelle a base di PRP”, specifica Grasso che approfondisce ulteriormente questa tecnica nel corso “Artrosi: il PRP come alternativa terapeutica”.

Quella delle infiltrazioni è una tecnica presente nella medicina italiana ormai da anni ma che necessita di una mano esperta e competente perché, come spiega il dottore, “se per errore ad esempio, si immettesse l’acido ialuronico ad alta densità nel corpo di Hoffa del ginocchio o nella membrana sinoviale, il paziente avrebbe una reazione infiammatoria importante e dolore per almeno un mese”.

È fondamentale dunque sapere dove fare le infiltrazioni “ma anche curare la causa e ancor prima lavorare sulla prevenzione” dedicandosi ad esercizi per migliorare la reattività e l’elasticizzazione, raccomanda infine l’esperto. 

“Agli sportivi dico: fate sempre stretching prima e dopo una partita, e lavorate per la stabilizzazione muscolare. Ai professionisti raccomando il continuo aggiornamento sulle tecniche infiltrative e sui medicinali coinvolti”, conclude Grasso che tra i corsi di formazione accreditati annovera inoltre quello sulle protesi di ginocchio e sulle fratture dell’omero prossimale.

Consulcesi – Massimo Tortorella

Ossessioni e compulsioni per oltre 3milioni di italiani. Arriva l’Edugaming per formare medici e operatori sanitari

Da Consulcesi il corso Ecm firmato da Giorgio Nardone per arrivare a diagnosi tempestive, ispirato alla serie ‘La Casa di Carta’

Roma, 10 dic. – Dalla pulizia esasperata dell’ambiente domestico al controllo ripetuto delle chiavi dell’auto, fino a comportamenti estremi fortemente limitanti della libertà individuale, accompagnati da carico di angoscia difficile da gestire. Si tratta di alcuni segnali dei disturbi ossessivo-compulsivi, uno spettro di infermità che fa parte delle malattie mentali e coinvolge oltre il 5% della popolazione, senza distinzione tra sessi. L’esordio è mediamente in età adulta, dai 22 ai 35 anni, ma primi sintomi possono manifestarsi nell’infanzia o in adolescenza. 

“I disturbi ossessivo compulsivi sono molto più frequenti di quel che pensiamo, nel nostro Paese esiste una grande parte di sommerso, difficile da individuare e spesso la prima causa è di tipo culturale. E’ quindi importante diffondere informazione su questi disturbi per comprenderli, riconoscerli e affrontarli con il giusto approccio terapeutico – commenta Giorgio Nardone psicoterapeuta e autore di diversi libri sul tema che ha curato il primo corso di formazione professionale rivolto proprio medici di famiglia, pediatri, infermieri, logopedisti oltre che a psicologi e psicoterapeuti, dal titolo  Paziente virtuale: disturbi ossessivo-compulsivo e istrionico di personalità. L’obiettivo del corso è imparare a riconoscere i primi campanelli d’allarme che lasciano presagire lo sviluppo della patologia. “Se individuato in tempo, attraverso un percorso terapeutico personalizzato, il disturbo ossessivo-compulsivo si può completamente superare”, afferma Nardone. 

Il modello di apprendimento proposto dal provider Consulcesi è basato sull’interattività e il gaming. Il corso è infatti ispirato alla nota serie televisiva ‘La Casa di Carta, in uscita in questi giorni.  Negoziare con un rapinatore per salvare degli ostaggi è la sfida proposta ai partecipanti, con l’aiuto di pazienti virtuali, per districarsi tra insidie e difficoltà dell’entrare in relazione utile con chi soffre del disturbo e riuscire ad aiutare sé stesso e gli altri a vivere meglio. Il corso è disponibile gratuitamente su piattaforma Consulcesi Club di Massimo Tortorella e dà 6 crediti utili a completare il triennio formativo in scadenza il 31 dicembre.  

Test medicina. Tortorella (Consulcesi): “Azione legale unica via contro numero chiuso”

 “L’azione legale rimane l’unica opzione contro il numero chiuso”. È la risposta che dà Massimo Tortorella, presidente Consulcesi all’annuncio del Ministro dell’Università Maria Cristina Messa della permanenza del Numero Chiuso anche per il prossimo anno.  Un annuncio che va in senso contrario a quanto dichiarato in precedenza, quando, a pochi giorni dal termine dei test, aveva mostrato interesse e vicinanza agli studenti esclusi e aveva ammesso irregolarità e falle del sistema selettivo. Al dietro front ministeriale, monta la delusione per i migliaia di  studenti esclusi. “Per loro, l’unica via rimane l’azione legale”, dichiara Massimo Tortorella,. Il network legale è subissato di richieste di informazioni, in questi giorni, perché la possibilità di fare ricorso per avere una chance di entrare alla Facoltà di Medicina è agli sgoccioli.  

commenta Tortorella. “Un paradosso tutto italiano è il sistema del numero chiuso, – commenta Tortorella – da un lato la carenza cronica di medici dall’altro la limitazione dell’accesso alla Facoltà. Senza una soluzione, e con una popolazione sempre più longeva e anziana, presto la sanità italiana si troverà ad affrontare una vera e propria emergenza di carenza medici” commenta Tortorella.   

Cannabis: burocrazia e pregiudizi frenano terapie, con formazione medici migliora accesso ai pazienti

Da Consulcesi un corso per formare e aggiornare gli operatori sanitari sui molteplici benefici e limiti delle terapie a base di cannabinoidi. Massimo Tortorella, presidente Consulcesi: “Con formazione possibile migliorare l’accesso ai tantissimi malati che ne potrebbero trarre beneficio”

Roma, 27 ott. – Dai disturbi del sonno alle dermopatie, dalle malattie reumatiche alla fibromialgia fino al glaucoma, l’epilessia, la sclerosi multipla, il cancro e molte altre ancora. La lista delle patologie contro le quali la cannabis potrebbe apportare benefici più o meno importanti è lunghissima. Tuttavia, nonostante la letteratura scientifica a favore delle terapie a base di cannabinoidi sia molto ampia, le difficoltà normative e burocratiche hanno generato nel tempo molta confusione in merito alla loro gestione. E’ quanto affermano Davide De Rossi ed Edoardo Alfinito, rispettivamente consulente scientifico e coordinatore delle coltivazioni presso Società Italiana Canapa Medica (Sicam) e vicepresidente della Sicam. “Spesso i primi a fare confusione sono proprio gli operatori sanitari, coloro che invece potrebbero aiutare a fare chiarezza sulle potenzialità della cannabis terapeutica”, dice Massimo Tortorella, presidente di Consulcesi.  “Questo rende meno efficiente ed efficace una valida possibilità terapeutica”, aggiunge. Si avverte quindi la necessità di allineare le conoscenze e le attività di prescrizione e allestimento di medici e farmacisti. E’ proprio questo l’obiettivo del corso di formazione professionale Ecm di Sanità In-Formazione per Consulcesi Club intitolato “Cannabis terapeutica. Prospettive future di un antico rimedio”. 

Nel corso, oltre a spiegare le origini dell’uso della cannabis, gli esperti spiegheranno le innumerevoli varianti genetiche e metodologie con cui può essere estratta. “La comprensione di queste e altre dinamiche può permettere un miglioramento nel suo utilizzo”, spiegano De Rossi e Alfinito. 

“Molte ricerche ed evidenze cliniche dimostrano che i fitocannabinoidi possono essere utilizzati per sostenere la gestione dei sintomi di varie patologie, come la sclerosi multipla”, dice Alfinito. “La cannabis terapeutica è particolarmente efficace su incontinenza della vescica, rigidità muscolare, spasticità, dolore cronico e neuropatico e qualità del sonno”, aggiunge, specificando che “gli effetti collaterali dei cannabinoidi sono meglio tollerati dei medicinali e base di oppioidi”.

Il THC, il più noto fitocannabinoide, è efficace contro la nausea e vomito di pazienti sottoposti a chemioterapici. “Il CBD ha invece effetti bifasici: a bassi dosaggi sopprime il riflesso del vomito, mentre ad alti dosaggi può anche peggiorare la situazione. Se combinati, il THC e il CBD riducono l’incidenza di nausea e vomito in chemioterapia rispetto al gruppo di controllo con placebo”, spiega Alfinito. E’ stato dimostrato anche che la cannabis riduce del 25-30% la pressione intraoculare e che ha effetti neuroprotettivi nella retina. “Dosi orali di THC sintetico in pazienti con la sindrome di Gilles de la Tourette riducono la frequenza dei tic. Questi risultati sono stati confermati da un più recente studio”, aggiunge Alfinito.

Nonostante, le potenzialità della cannabis terapeutica, non tutte le regioni consentono un reale e agevole accesso. “Gli operatori sanitari, se opportunamente aggiornati, potrebbero finalmente contribuire a ridare alla cannabis terapeutica la giusta reputazione che merita e favorire l’accesso a questa opportunità terapeutica ai tantissimi malati che potrebbero trarne beneficio”, conclude Tortorella. Infine, Consulcesi ricorda agli operatori sanitari che  mancano solo poco più di due mesi al termine perentorio della scadenza della proroga per mettersi in regola con l’obbligo Ecm, il cui mancato rispetto potrebbe portare a una pioggia di sanzioni.

In Eritrea si muore di Covid ma non di insufficienza renale grazie all’aiuto dei nefrologi italiani e di Consulcesi Onlus

Oggi: tre centri dialisi con venti posti letto più cinque macchinari per dialisi ad Alta Efficienza 

Ieri: non esistevano centri per malattie nefrologiche, si moriva o ci si curava all’estero

A causa di una politica di rifiuto degli aiuti internazionali per fronteggiare l’emergenza sanitaria da covid 19, l’Eritrea si trova ad essere l’unico Paese del continente africano a non aver avviato una campagna di vaccinazione contro il Covid. La mancanza di vaccini e le conseguenze numerose morti per infezioni da coronavirus preoccupano le autorità sanitarie che devono fare i conti con gravi carenze strutturali.  

Ma in Africa non si muore di solo Covid e per i pazienti nefrologici ci sono buone notizie. Ricordiamo che le nefropatie, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), insieme a malattie come ipertensione, diabete, cardiopatie sono responsabili del 60% dei decessi nei Paesi sviluppati e dell’80% in quelli in via di sviluppo. 

Tra luglio e agosto, nella missione estiva 2021 dell’associazione l’Associazione Medici Volontari (As.Me.V.) Consulcesi Onlus ha supportato l’installazione di tre nuove apparecchiature per la dialisi ad Alta Efficienza (HDF).  Diventano ben cinque quindi le macchine di ultima generazione e da oggi, i medici possono pensare di poter effettuare in maniera strutturata terapie dialitiche cosiddette ad alta efficienza (HDF).  Sempre grazie al contributo di Consulcesi, il 3 dicembre 2019 è stata effettuata la prima dialisi ad Alta Efficienza (HDF) su un paziente in Eritrea e la Onlus ha finanziato in passato la costruzione di tre centri dialisi attivi all’Orotta Hospital e al Sembel Hospital, con 8 posti reni l’uno e 30 macchine, ed un terzo centro con 4 posti.

Consulcesi Onlus ha salvato negli anni migliaia di pazienti nefrologici in Eritrea, grazie ad un’azione di cooperazione internazionale e di rapporti con le istituzioni sanitarie intessuti in oltre 15 anni di attività dall’Associazione Medici Volontari Calabria e all’incessante attività di volontariato del nefrologo Roberto Pititto e del suo team. 

Dal 2005 l’Associazione Medici Volontari (As.Me.V.), – supportata da Consulcesi Onlus –  è in contatto con il Ministro della salute locale eritreo. Prima dell’aiuto dei nefrologi italiani, in Eritrea non esistevano centri di dialisi e la gente moriva o era costretta ad emigrare in altri Paesi. In Eritrea, si stima che i pazienti nefropatici siano 1 ogni 1000 abitanti e quindi circa tremila pazienti. I centri di dialisi sono riusciti a trattare centinaia di pazienti cronici dializzati e tantissimi acuti, ormai guariti, ma tanti sono ancora senza cure. Da quel primo incontro nasce il programma di aiuto per istituire la dialisi pubblica e gratuita e trasportare i primi macchinari, che grazie agli aiuti umanitari di Consulcesi Onlus, diventano nel tempo più strutturati. Il progetto portato avanti dal Dottor Pititto prevede un programma di educazione continua in medicina che ha formato decine di medici e infermieri locali ad utilizzare le sofisticate apparecchiature per emodialisi e la manutenzione e riparazione dei reni artificiali.

Consulcesi, Massimo Tortorella

PIÙ PRODUTTIVI E FELICI, CONSULCESI: SMART WORKING PER SEMPRE

Il presidente Massimo Tortorella: “Maggior equilibrio tra orario di lavoro, cura di sé e gestione della famiglia. Molto prima di Google, Consulcesi ha predisposto un sistema per facilitare lo smart working”

Le aziende che hanno deciso di proseguire questa modalità dopo la pandemia sono il 55% in Italia 

Applicativi e formazione dei dipendenti per garantire la sicurezza informatica in Consulcesi

Roma, 19 agosto 2021 – Dopo un anno di smart working, ogni azienda ha avuto modo di sperimentare questa nuova modalità lavorativa incentivata dalle misure emergenziali adottate a causa della pandemia. Non vi è alcun dubbio che l’attività lavorativa da remoto abbia comportato, oltre ai benefici relativi alla tutela della salute dei dipendenti, un maggior equilibrio tra le esigenze legate al lavoro e quelle inerenti la cura e la gestione della famiglia (work life balance).

Le aziende che, dopo il lockdown, hanno deciso di mantenere in piedi questa nuova organizzazione del lavoro sono circa il 55% in Italia. 

Anche Consulcesi Group, realtà da oltre venti anni punto di riferimento per i professionisti sanitari, sceglie di far divenire la modalità lavorativa dello smart working consuetudine. L’azienda, infatti, ha deciso di adottare lo smart working senza riserve nonostante la stessa normativa sia ancora “work in progress” e questo con lo scopo di dare certezze ai lavoratori e permettere loro di poter pianificare con serenità la propria vita. 

Da sempre crediamo che il benessere psico-fisico dei nostri dipendenti sia fondamentale, per questo abbiamo deciso di utilizzare la modalità lavorativa dello smart working, con uno-due rientri settimanali ma molta flessibilità. Dedicare del tempo a se stessi, ed a i propri cari, è indispensabile e permette ad ogni singola persona di trovare il proprio equilibrio e di dosare meglio le proprie energie anche nel lavoro. All’interno dell’azienda, molto tempo prima della pandemia, avevamo messo a disposizione delle aree relax e anche una palestra – chiusa proprio a causa del Covid – proprio per permettere ai nostri dipendenti di poter avere cura del proprio benessere fisico che, ben presto si trasforma in benessere emotivo. Molto prima di Google, come annunciato in questi giorni dal colosso, Consulcesi ha predisposto un sistema per facilitare lo smart working”, dichiara ancora Massimo Tortorella presidente di Consulcesi. 

Anche per Consulcesi, come per altre aziende, il lavoro da remoto rappresenta un elemento innovativo per lo sviluppo aziendale, un nuovo modo di condividere gli obiettivi professionali e rendere tutti più responsabili del proprio lavoro al fine di raggiungere un risultato collettivo. 

Altro aspetto fondamentale che ha permesso la transizione al modello smart working è stato l’investimento dell’azienda in sicurezza informatica. Consulcesi ha messo a punto un sistema che dota tutti i device (smartphone, pc, tablet..) da remoto delle medesime garanzie e protezioni e che consente quindi ad ogni dipendente di lavorare come se fosse in azienda. Altro punto, – visto che la sicurezza informatica è data anche dal comportamento virtuoso del dipendente in rete, – è stato l’investimento in formazione, come da DNA dell’azienda. Dall’inizio del 2021, i dipendenti hanno seguito corsi di formazione specificatamente dedicati al tema sulla cyber sicurezza. 

È importante, dunque, investire nelle persone e ragionare sulle competenze, ma anche continuare ad investire sull’innovazione, perché se questo da un lato porta con sé occupazione, dall’altro favorisce quella transizione ecologica che rappresenta il tema centrale del G20. 

“Noi, nel nostro piccolo, abbiamo ormai da anni abolito l’utilizzo della plastica monouso in azienda e con orgoglio possiamo dire di essere una azienda plastic free. Lo smart working, oltre a contribuire ad innovare il mondo del lavoro, è anche una scelta eco-sostenibile perché riducendo drasticamente gli spostamenti delle persone contribuisce alla svolta green che tutti auspichiamo arrivi il prima possibile”, conclude Tortorella.

Formazione ECM: la pellicola ‘Covid-19 il Virus della Paura’ la più vista dai medici e operatori sanitari

 Un anno fa, il 30 gennaio 2020 il Direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) dichiarò l’infezione da Covid-19 un’emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale. Fu l’inizio di un avvenimento che ha sconvolto il mondo, un anno in cui il mondo è cambiato.  

Come sempre al fianco dei medici e degli operatori sanitari, Consulcesi ha documentato quei momenti tragici entrando fin dentro i reparti Covid-19, ascoltando le voci degli scienziati e dei pazienti e le ha raccolte nel primo docufilm formativo gratuito ‘Covid-19 il Virus della Paurahttps://www.covid-19virusdellapaura.com/  dedicato ai medici e agli operatori sanitari, per offrire un’informazione sempre puntuale e aggiornata. Covid-19 il Virus della Paura è stato il corso di educazione continua in medicina più scaricato in assoluto con migliaia di utenti in questi mesi. Patrocinato dal ministero della Salute e con il sostegno di Intesa Sanpaolo, questa avvincente pellicola aveva un duplice obiettivo: oltre a celebrare i medici eroi e tutti i professionisti sanitari, offre un innovativo strumento attraverso una rielaborazione accurata di quanto accaduto, smontando fake news e teorie antiscientifiche. 

Un successo internazionale, visto che la pellicola è stata tradotta in 5 lingue ed esportata in diversi Paesi del mondo. 

Partendo dal successo del docufilm, la Consulcesi di Massimo Tortorella ha messo a disposizione, sempre gratuitamente per i medici e gli operatori sanitari, un’intera collana dedicata al Covid-19, costituita da e-book, corsi interattivi e videointerviste e realizzata con partner di eccellenza come l’INMI Spallanzani, l’Università di Tor Vergata e La Sapienza Università di Roma. Dall’impiego di ventilatori alle mascherine, dal pronto soccorso alla gravidanza fino alle implicazioni psicologiche della pandemia nel rapporto medico-paziente, la collana Consulcesi rappresenta il supporto ideale per gli operatori sanitari.

Tortorella: «La lezione del Covid-19 è che i medici e gli scienziati vanno ascoltati e rispettati»

Un monito per la Fase 2: non usare gli operatori sanitari come capri espiatori, avere fiducia nella scienza e combattere infodemia e fake news

«Se c’è una lezione che dobbiamo imparare dal Covid-19 è che i medici e tutti gli operatori sanitari vanno ascoltati e rispettati. Le fake news purtroppo continuano ad avvelenare i pozzi e questa è una deriva pericolosa mentre ci avviamo alla Fase 2. È ancora più pericoloso che a diffonderlo siano personalità istituzionali come è successo oggi con Donald Trump e nei giorni scorsi con il premio Nobel Luc Montaigner».

Lo afferma Massimo Tortorella, Presidente Consulcesi, network di formazione e tutela legale da sempre al fianco di medici e operatori sanitari, i quali durante questa pandemia sono giocoforza sotto i riflettori. «I medici e gli operatori sanitari, gli stessi aggrediti nei pronto soccorso, sulle ambulanze e nei reparti, sono diventati da un giorno all’altro i nuovi “supereroi”. Li abbiamo applauditi e pianto con loro e per loro mentre in centinaia perdevano la vita combattendo contro il virus. Poi, quando hanno invitato alla prudenza nel passaggio alla Fase 2, improvvisamente sono diventati gli “untori”, i propagatori del Covid-19 e sono stati messi in discussione (di nuovo). Questo avviene per una palese difficoltà nel gestire l’infodemia, a causa di una ricerca patologica di informazioni sensazionalistiche e allarmiste e senza alcun fondamento scientifico. È uno scotto che finisce per pagare poi proprio chi è in prima linea a combattere per la nostra salute».

Da Consulcesi arriva dunque un monito a non usare gli operatori sanitari come capri espiatori, ad  avere fiducia nella scienza e ad avviare un salto culturale combattendo il nemico delle fake news. In tal senso, per fare chiarezza su quello che è stato e su quello che potrebbe succedere in futuro per aiutare medici e cittadini a orientarsi in una giungla di informazioni, tra evidenze scientifiche e fake news, Consulcesi ha messo in campo tutte le sue risorse per realizzare un progetto integrato sul Covid-19 che unisce arte, cultura, formazione e solidarietà. L’iniziativa prevede una collana di corsi di formazione destinati agli operatori sanitari a un ebook intitolato “Covid 19-il virus della Paura” rivolto a tutti fino a un vero e proprio docufilm.  

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La blockchain per il post Covid-19 in Italia

La blockchain economy come risposta alla crisi scatenata dal Covid-19, anche in Italia. È questa la tesi di Consulcesi-Tech, azienda svizzera che si occupa di blockchain e cybersecurity.

Un esempio in merito arriva da vicino all’Italia, dall’Albania, dove è entrato in vigore il Fintoken Act, provvedimento che si ispira alle regolamentazioni di Malta e della Svizzera.

L’atto è stato approvato in realtà alla fine del 2019 ed è un provvedimento che agevola le aziende che investono nella blockchain. Il Fintoken Act infatti garantisce agli imprenditori tempi certi per l’approvazione di strumenti blockchain: 60 giorni. Inoltre vengono definiti i token e sono regolamentate anche ICO e STO.

Un modello per l’Italia
È a questo modello, che rende l’Albania un hub per l’innovazione, che l’Italia deve guardare per ripartire dopo la crisi.

Del resto il Coronavirus ha costretto l’Italia a mantenere chiuse per mesi le proprie attività produttive e commerciali. L’impatto economico sarà devastante, con un calo del Pil che rischia di sfiorare il 13%. Con la blockchain possono essere sperimentati nuovi modelli di economia. È questa la tesi di Gianluigi Pacini Battaglia, CEO di Consulcesi Tech:

“La Blockchain Economy e la Finanza decentralizzata possono diventare grandi protagoniste della ripresa economica, in questo momento di crisi post pandemia. La trasparenza, la decentralizzazione e la rapidità di esecuzione sono ricercate dalle imprese per attraversare il momento attuale. Un altro esempio è Malta, paese che nel 2018 ha approvato il Virtual Financial Assets Act – per cui il Fondo Monetario Internazionale prevede una decrescita del Pil inferiore tra tutti gli Stati europei”.

Da Consulcesi Tech lancia arriva un forte appello al governo affinché anche in Italia venga favorito lo sviluppo di modelli di business incentrati su blockchain e digital asset.

La blockchain in Italia, prima e dopo il Covid-19
In realtà una ricerca condotta da Cassa Depositi e Prestiti rivela che sempre più realtà hanno adottato e sviluppato DLT (Distributed Ledger Technology) con grandi benefici. I profitti sono lievitati da 1,6 miliardi di dollari tra il 2015-2017 fino a 27,3 miliardi nel 2017-2018.

Sono aumentate anche le richieste di brevetti sui progetti, passati da 648 a 1441 nello stesso periodo.

Anche il governo italiano non è a digiuno di blockchain. Il Ministero dello Sviluppo Economico ha già avviato e sperimentato un progetto blockchain per la difesa e la tutela del made in Italy. La blockchain potrebbe diventare presto protagonista anche del mondo agricolo, dove si studia l’applicazione della blockchain per la tracciabilità dei prodotti.

Il Governo italiano strizza l’occhio alla blockchain, cavallo di battaglia anche di Davide Casaleggio, figlio di Gianroberto Casaleggio, tra i fondatori del Movimento 5 Stelle, partito attualmente al governo. Resta da vedere se le forze politiche vorranno cogliere nelle innovazioni tecnologiche e nella blockchain un’opportunità per riemergere dalla crisi.

Al momento, nel Decreto Rilancio attualmente all’esame del Parlamento, si menziona la blockchain solo nell’ambito del rifinanziamento di 100 milioni del progetto Smart&Start Italia.

Si tratta di un’iniziativa avviata nel 2014 e che prevede agevolazioni per le startup che si dedicano a prodotti, servizi o soluzioni nel campo dell’economia digitale, dell’intelligenza artificiale, della blockchain e dell’internet of things.

Ma è un intervento minimo che non renderà certo l’Italia leader nel mondo blockchain.

Regolamentare la Blockchain? Si deve!

Governare il fenomeno Blockchain prima che sia lui a governare noi

Parliamoci chiaro. La Blockchain è il progresso. E il progresso è, per definizione, inarrestabile. Partendo da questo assunto, è cruciale che l’Italia si collochi tra le avanguardie del settore, perché là c’è il futuro della tecnologia e quindi anche la chiave dello sviluppo economico. Tuttavia, l’Italia è stato l’ultimo Paese, in ordine di tempo, ad aderire all’European Blockchain Partnership, accordo che punta a favorire la collaborazione tra gli Stati membri dell’Ue per lo scambio di best practice ed expertise in questa materia, sia sul piano tecnico che delle regolamentazioni. E sono proprio le regole il vero motore dell’innovazione.

Se i confini della Blockchain non sono ancora ben delineati è anche perché la tecnologia è un’intelligenza in continuo cambiamento, che impara da se stessa e che si adatta all’ambiente e al contesto in cui si trova. Ciò nonostante, è un fenomeno governabile che può e deve essere introiettato, per dirigerlo dove si ritiene giusto. Pertanto, è fondamentale che durante questa legislatura il Parlamento italiano si doti di normative lungimiranti atte a regolarlo, prima che ci siano imposte da Bruxelles o dal mercato. Altri Paesi lo stanno già facendo con enormi risultati in termini di ritorno economico e di immagine come Giappone, Hong Kong, Svizzera e Albania.

Anche nell’Ue, però, c’è un’isola felice, anzi, c’è proprio l’isola della Blockchain. Parliamo di Malta che, pur essendo lo Stato più piccolo di tutta l’Unione, ha avuto la volontà politica di creare un sistema normativo innovation-friendly riconosciuto e apprezzato a livello mondiale. Il 1° novembre sono entrate in vigore tre leggi che stabiliscono un quadro normativo che regolamenta la Blockchain, le criptovalute e la tecnologia Dlt (Distributed ledger technology), confermando Malta Paese capofila nella certezza giuridica in questo ambito. Trattandosi di uno Stato membro dell’Ue, la speranza, adesso, è che questa ondata regolatoria attecchisca anche nell’Unione europea, affinché sia leader nel campo della Blockchain, diventando al tempo stesso protagonista di un framework normativo all’avanguardia sul Fintech e punto di riferimento per le aziende ad alto know-how tecnologico provenienti da tutto il mondo.

Dal rilascio del protocollo di Satoshi Nakamoto nel 2008, che ha creato l’algoritmo madre delle monete digitali (il Bitcoin), il progresso della Blockchain, su cui si basano tutte le cripto, ha già le sue pietre miliari: il 2017 ha visto affermarsi il fenomeno delle Ico (Initial coin offering), quale sistema di crowdfunding molto in voga tra le startup del settore. Mentre il 2018 sembra essere l’anno delle Stablecoin, cioè criptovalute il cui valore è ancorato ad asset stabili e quindi al mondo reale, dalle valute fiat alle commodity. Un sistema concepito per consentire maggiore fiducia negli acquisti, evitando quella volatilità estrema che ha caratterizzato il Bitcoin e che ha tenuto le monete virtuali ai margini del mercato finanziario dei grandi investitori istituzionali.

È presto per sapere che cosa ci riserverà il 2019 ma le parole di Christine Lagarde, direttrice generale del Fondo Monetario Internazionale, sulla possibilità che le banche centrali nazionali emettano una propria valuta digitale, prospettano uno scenario in cui le attuali regole potrebbero essere addirittura sovvertite: già si va verso la regolamentazione degli Exchange, ossia le piattaforme virtuali che mettono in contatto domanda e offerta di cripto, e dei Security Token, vera rivoluzione in grado di modificare la stessa struttura del mercato finanziario e delle Borse, verso un sistema più aperto e trasparente. Essere tra i primi a emanare una regulation in questo campo sarebbe un passo strategico. Non farlo, ci metterebbe inevitabilmente ai margini di questa nuova entusiasmante competizione globale.

Massimo Tortorella – presidente Consulcesi Tech